“Taci Miserabile” e l’Antropologia del Limite

Posted on by Luca in Leadership

Taci Miserabile. Il monito di Oscar Giannino solo di una settimana fa mi sembra sia diventato un boomerang strepitoso su cui fare due riflessioni. Intendiamoci, non si obiettano la passione che Giannino ha messo in questa campagna e le sue denunce rispetto a sistemi di potere che vanno messi in discussione. Non si discute la sua capacità di catalizzare energie e persone intorno ad un movimento di idee che mantiene la sua carica di novità e di stimolo per tanti.


Quello che va osservato è il modo con cui pensiamo di poter gestire il cambiamento con la denuncia dei limiti altrui e la contrapposizione delle nostre virtù. Quando cominciamo a denunciare gli altri dobbiamo renderci conto che nella contrapposizione emerge anche il nostro, di limite. Non si tratta di tenere una posizione omertosa, io non denuncio te, tu non denunci me. O di cercare di nascondere meglio ancora il proprio limite.
Da questo punto di vista ha fatto molto discutere la presa di posizione di Luigi Zingales. Non opportuna, nel migliore dei commenti, comprata, nei peggiori. No. La mia prima impressione è stata di eccesso di zelo di un professore Italiano che insegna economia in una università statunitense. Chi ha solo vissuto per un po’ all’estero, e negli Stati Uniti in particolare, sa il peso di subire una reputazione di affidabilità molto scarsa. FIAT stava per “fix it again, Tony”, aggiustala, Tony. Mi ricordo ancora quando mi dicevano che gli Italiani sono quelli che nelle guerre cambiano casacca per passare dalla parte dei vincitori. Alla luce del crollo di un curriculum, e soprattutto della incapacità di Giannino di mettersi veramente in gioco e rispondere adeguatamente, il senso di responsabilità di Zingales diventa ancora più encomiabile.
La capacità di mettere in discussione prima di tutto se stessi, il progetto su cui ci si è spesi e si è messa la faccia, sapendosene assumere peso e responsabilità è uno dei più bel gesti di questa campagna elettorale. Uno dei movimenti che più rompono gli schemi di una millenaria cultura macchiavellica. Si si lo so che non sono passati millenni da Macchiavelli, ma sono millenni che le lotte di potere in Italia ci hanno abituato ad una gestione del potere che non è certo di servizio.

Si tratta allora di mettere in gioco una vera rivoluzione, quella che ancora non c’è neanche in chi la professa, che sia stellata o civica.
Si tratta di coltivare un approccio di compassione, nel senso più profondo del termine. Di condividere la passione, la sofferenza del limite. Si tratta di avere una visione dell’uomo come tendente alla perfezione ma non perfetto. Non è perfetto l’altro, non sono perfetto io. E allo stesso tempo siamo figli e parte della perfezione. Una perfezione che si riesce a cogliere solo quando si impara a superare la contrapposizione e ci si vede come parte di una stessa unità.

Si tratta di cominciare una rivoluzione in cui mi preoccupo solo di testimoniare nei comportamenti, nelle parole e nei fatti, quello che vorrei vedere negli altri. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, che lo dicesse Gandhi o il maestro sufi. Ovvero non sovrastimare la tua capacità di cambiare gli altri e non sottostimare la tua capacità di cambiare te stesso, come insegna Wayne Dyer.

In questo allora vedo la possibilità di riscatto per la persona Giannino, finalmente liberato dalle pastoie del personaggio, ma anche la possibilità di testimoniare un modo nuovo di intendere la partecipazione sociale e politica.

Una partecipazione in cui la dialettica lascia il posto alla dialogica, dalla contrapposizione al confronto aperto. In cui siamo capaci di ascoltare non per fare le pulci a quello che dice l’altro ma per mettere in discussione le nostre di posizioni ed evolvere insieme.

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