Manager o Monaci?

Posted on by Luca in Senza categoria

Ripropongo qui un breve commento ad un libro che mi aveva affascinato quando lo avevo letto tre anni fa: questa mattina grazie ad un incontro promosso dall’Ucid di Treviso ho avuto il piacere di ascoltare il suo autore, Massimo Folador, me lo ha fatto rigustare e mi ha fatto entrare ancor più nell’atmosfera senza tempo della relazione tra la persona e la comunità tesa a realizzare il bene comune.

sabato, marzo 24, 2007

E’ da sempre che sento la necessità di legare il fare impresa con valori più alti; che penso al lavoro organizzato, all’impresa, come un contenitore di opportunità per l’uomo di realizzarsi in pienezza come individuo e come comunità.

Folador mi ha affascinato con questo libro che ripercorre la regola di San Benedetto e la rilegge alla luce delle nostre comunità-imprese scoprendo una lezione di management tanto profonda quanto attuale.
Regola che prima ancora di dare istruzioni operative si preoccupa di andare dritta al cuore dell’uomo per ottenere l’attenzione della sua mente e delle sue braccia.
E’ un uomo a cui si raccomandano valori come l’ubbidienza, il silenzio, l’umiltà, che non sembrano in linea con l’inflazione di stimoli sviluppare leadership e comunicazione che ci sommergono quotidianamente.
E’ un uomo che non si preoccupa di apparire ma che approfondisce. Che si pone in ascolto con attenzione per comprendere le cose in profondità. Che attraverso il silenzio riesce a fare spazio all’essenzialità ”veglierò sui miei passi per non peccare con la lingua: tenni a freno la mia bocca, ammutolii, mi umiliai e non parlai nemmeno di cose buone.”
Silenzio allora come dimensione della profondità capace di dare peso e sostanza, forma, ai nostri pensieri che poi si fanno parole pesate e pesanti. Silenzio che rende bella la parola.
Ed infine l’umiltà come capacità di mettersi in discussione, di essere aperti al cambiamento e di non difendere le nostre posizioni.
Una dimensione di sviluppo personale che è quindi alla base dello sviluppo comunitario ed un capo, un abate, che ha come prima responsabilità lo sviluppo delle persone a lui affidate attraverso una guida autorevole che conduca attraverso la personalità, in una fusione di testa e cuore.
Sviluppo personale che è la prima regola per chi debba guidare gli altri: non puoi guidare gli altri se non hai imparato a guidare prima te stesso, i tuoi pensieri e le tue emozioni.
Una guida allora che ha a cuore lo sviluppo delle persone a lui affidate e che alla loro responsabilità ed alla loro motivazione affida il raggiungimento degli obiettivi comuni. Una guida che sa di essere a capo più per giovare agli altri che per comandare: capace di curare lo sviluppo ed il valore del singolo dentro il coordinamento con l’intera organizzazione in modo da assicurare il bene comune.
Una regola allora che prima di essere regola richiede lo sviluppo di doti di discernimento e di discrezione per poter andar oltre alla norma, alla legge ma che sia capace di andare al cuore della persona accogliendo e valorizzando la diversità: ”segua dunque questo ed altri esempi di discrezione, che è la madre di tutte le virtù, e regoli tutto in modo che i forti abbiano di che desiderare ed i deboli non si sgomentino”.
Un vero capo allora deve aver prima maturato un suo percorso personale di crescita prima di poter guidare in profondità gli altri. Un percorso di crescita continuo e che non si fermi alle tecniche ed alle competenze professionali ma che coinvolga in pieno la sua persona e ricordando sempre della sua fragilità.
In questo San Benedetto tocca un altro punto forte per il nostro fare impresa-comunità anche al giorno d’oggi: chi guida deve aver la capacità di cogliere il suo limite e farsi supportare dai fratelli anziani saggi, rinunciando eventualmente momentaneamente alla leadership per poterla manifestare più efficacemente nel tempo. Come ricorda Folador, la comunità serve a condividere i successi ma anche a fare quadrato interno al capo e a supportarlo nelle scelte quando le circostanze lo richiedano.

Significativo che Benedetto sia anche il nome scelto da Joseph Ratzinger per il suo apostolato come papa.

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