Impresa – Comunità

Posted on by Luca in Family Business, Leadership, Società, Sviluppo Personale

La soluzione per far incontrare domanda e offerta di lavoro
passa attraverso la ricostruzione di una dimensione di comunità.

 

Nell’editoriale sul Corriere del Veneto del 19 Gennaio, Paolo Gubitta riprende un dibattito che si è sviluppato nei media e in rete sulla distanza tra giovani e lavoro, tra preparazione scolastica e necessità delle imprese. Se da una parte ci sono giovani con grandi capacità e cresciuti in ambienti molto stimolanti, molti altri coltivano una visione del mondo poco congruente con la realtà, con aspettative che vengono poi frustrate da lavori mal retribuiti ma soprattutto non in grado di far fare un percorso di crescita e di professionalizzazione.

Sicuramente c’è spazio per un ruolo di aiuto e di indirizzo da parte delle scuole e delle università che con gli stage e gli uffici di placement possono aiutare il dialogo tra lavoro e impresa. E ancora di più si può fare stimolando giovani e imprese a ridefinire la dinamica della loro relazione.

Da un lato c’è da aiutare i nostri giovani a prendersi ancora di più la responsabilità di se stessi. Prima ancora che di sicurezze contrattuali ed economiche quali sono le esperienze e le competenze che vogliono costruire? Come aiutarli a farle emergere?
Lavorando sul proprio sviluppo personale, approfondendo la consapevolezza delle nostre passioni e dei propri talenti, sviluppando proprio un piano di crescita personale che parta dalla fine, da dove vogliamo arrivare, per sapere cosa accettare e a quali condizioni.

Ma aiutarli anche a non entrare in una pericolosa dinamica negoziale che li vede facilmente perdenti. E ad assumere invece un approccio di maggiore imprenditorialità personale. Un grande formatore come Zig Ziglar diceva che “Potete ottenere tutto dalla vita purchè siate capaci di aiutare gli altri ad ottenere ciò che vogliono”. E allora la domanda che dobbiamo aiutare i nostri giovani a farsi e a fare è questa: “posso aiutarti?” e interrogarsi su come possono proporre il loro contributo alle imprese.

Ma il report di Mc Kinsey punta il dito anche sui limiti delle imprese: della loro scarsa attrattività soprattutto quando sono più piccole, sotto i 50 dipendenti, come spesso capita dalle nostre parti. Attrattività che manca per la fatica a comunicare le proprie esigenze e ad offrire opportunità di lavoro che abbiano contenuti di autonomia e di responsabilità.

Un limite storico delle piccole imprese, tutte incentrate sulla figura dell’imprenditore che fatica a delegare e a condividere il proprio progetto e la propria visione. Un limite ancora più grande quando le incertezze di questo periodo impediscono di avere certezze e convinzioni sugli sviluppi futuri dell’impresa.

E’ proprio a partire dai nostri imprenditori e dalla loro visione di fare impresa che possiamo ristabilire una nuova relazione tra giovani e imprese.

Dobbiamo aiutare i nostri imprenditori a riprendersi in mano sogni e visioni, chiedendo una amministrazione pubblica che non li soffochi con richieste sempre più vessatorie, sia dal punto di vista fiscale che da quello normativo e sanzionatorio, come ancora sullo stesso Corriere segnala Severgnini, parlando di locali pubblici.

Riprendere in mano sogni e visioni che possono allora essere condivisi, possono essere alla base di una proposta di lavoro che diventa un percorso da fare insieme per la crescita di entrambi. Non siamo più nella condizione di avere grandi imprese che promettono ai giovani percorsi di carriera predefiniti e professionalizzanti, come capitava fino a qualche decennio fa. Siamo però nella condizione di ripartire da un contratto che prima ancora che giuridico è psicologico, relazionale. Fondato sulla fiducia e sul rispetto reciproco per costruire qualcosa che vada oltre alla contingenza del momento.
Non è neanche più solo una gara all’eccellenza, al talento, intesa in senso assoluto, con il rischio di un mercenarismo individualista che non fa bene a nessuno.

E’ invece la sfida di tornare ad investire insieme, giovani e imprese, per costruire comunità di passioni e di interessi, dove poter accettare il limite dell’inesperienza da una parte, dell’incertezza dall’altra.

E’ un recuperare al meglio la storia delle nostre imprese di famiglia, dove la passione e la visione di uno veniva supportata dall’impegno e dal sacrificio di amici e parenti che ne sposavano l’idea e lo supportavano. Ecco, è forse giunto il momento di dare la nostra versione di quel capitalismo consapevole di cui tanto si parla anche all’estero, di fondare o rifondare imprese che diventino imprese-famiglie, comunità fondate non solo sul sangue ma anche sulla partecipazione al progetto imprenditoriale.

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