Disallineati & Riallineati

Posted on by Luca in Senza categoria

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Prima Stefania Boleso, oggi Rita Bovrisse, storie di donne che subiscono il rifiuto di organizzazioni che non le considerano più adeguate alle responsabilità a loro affidate, perchè madri nel primo caso, perchè non più corrispondenti all’immagine che l’organizzazione vuole dare di sè nel secondo. Potremmo fare considerazioni sul ruolo della donna nel lavoro, soprattutto quando vuole realizzarsi pienamente o quando non accetta di allinearsi all’immagine dell’azienda. Potremmo parlare di grandi aziende matrigne, incapaci di avere rispetto per la dimensione umana e focalizzate sul profitto sempre e sopra tutto.

E’ sempre difficile però valutare singoli casi solo attraverso la lettura di un giornale.

Mi piace di più legare queste due storie ad una discussione che sto seguendo su Linkedin nel gruppo dell’AIDP dove il problema è la fatica sempre più grande che tanti fanno nel cercare senso in quello che fanno, in una vita che assorbe tutte le energie e dove l’affannarsi non sembra portare da nessuna parte, se va bene, e lontano dal proprio centro quando va male.
I commenti e le risposte sono quelle che ho proposto anche qui recentemente: o si esce da questo tipo di organizzazioni, o ci si lavora dall’interno perchè possano cambiare. Spesso non possiamo pretendere di essere così influenti da cambiare l’organizzazione in cui siamo. E’ fondamentale però essere consapevoli di quello che stiamo facendo e decidere quale posizione tenere, altrimenti non ci è dato che l’alienazione di senso, non tanto diversa dai Tempi Moderni di Chaplin.

Rielaborando un concetto espresso da Luca Vignaga nella discussione, a questo punto la questione è quella di passare da un disagio vissuto singolarmente ad una testimonianza vissuta collettivamente, dal basso, dentro e fuori le nostre organizzazione, dando voce al malessere ma soprattutto dando voce ad una prospettiva lavorativa più degna di essere vissuta.

Le organizzazioni in cui stiamo sono però le stesse in cui lavoravamo anche prima di trovarci messi in un angolo o prima di renderci conto di quanto a vuoto giriamo. Quale è il nostro allineamento con il contesto lavorativo in cui viviamo?

Magari ci piace l’ambiente in cui ci muoviamo, magari è anche un contesto in cui possiamo mettere in moto le nostre competenze.
Ma quale è l’allineamento in termini di valori e di identità? Quanto ci sentiamo parte della realtà a cui dedichiamo la nostra professionalità e la nostra passione? Chi ha la responsabilità di monitorare la propria personale integrità?

Se non ci sentiamo allineati, se non ci è permesso di esprimere pienamente, possiamo chiederci se è proprio necessario lavorare per organizzazioni che richiedono standard e soprattutto esprimono valori in cui non ci riconosciamo? Non credo lo sia, credo abbiamo tutti molte più alternative di quelle che riusciamo a scorgere.

Ma anche se lo fosse, quale è il modo di vivere una realtà in cui non ci riconosciamo? Probabilmente accettando di non essere premiati come potremmo per quello che facciamo. Ma soprattutto creando una rete di relazioni dentro e fuori ne nostre organizzazioni in cui riconoscerci e sostenerci a vicenda.

Un augurio alle nostre due donne che per me è una profonda convinzione: Quando si chiude una porta si apre un portone.
Forse da rispolverare la vecchia battuta di Groucho Marx: «Non vorrei mai far parte di un club che mi accetti fra i suoi membri. »

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