PNL per l’Evoluzione Personale

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La programmazione neuro-linguistica per lo sviluppo personale

Perché

Ogni volta che racconto di essermi formato come Trainer in Programmazione Neurolinguistica vedo sempre due reazioni uguali e contrarie. C’è chi fa un piccolo passo indietro, infastidito o impaurito da presunte abilità manipolatorie, e chi fa un passo avanti, pensando subito a chissà quali vantaggi o segreti da carpire.

Chissà perché ma tra i miei amici e contatti spesso la reazione è la prima, di un disturbo e di un pregiudizio maturato per un gran uso che è stato fatto dei suoi principi con scopi assolutamente opportunistici.

E quando mi metto a spiegare che quella era anche la mia reazione, e di come la mia amica Ilaria mi ha suggerito di andare a studiare con Robert Dilts a Santa Cruz, alla fonte, da chi non solo era tra i primi sviluppatori della disciplina ma aveva anche un approccio, diciamo umanistico,  allora comincia ad esserci curiosità e interesse.

In effetti la PNL è uno strumento efficace, e come tutti gli strumenti non ha valore etico in sé. Il valore etico è nell’uso che se ne fa. Come un coltello affilato, con cui si può intervenire per salvare una vita, se in mano ad un chirurgo, o per togliere una vita, se in mano ad un delinquente. E’ uno strumento prezioso per imparare a lavorare per la propria crescita personale, per gestire al meglio le relazioni con gli altri, per comunicare in modo più efficace e per influenzare

E la domanda è sempre quella, quando è che proponi qualcosa tu, che vengo a sentirti?

E allora eccomi qui con la mia proposta. Questo è un periodo di grandi cambiamenti e di grandi tensioni, credo che più siamo equipaggiati per viverli al meglio, più possiamo dare il nostro contributo positivo per noi stessi, per i nostri cari e per la nostra società.

Se sei libero, se sei curioso di sapere meglio cosa è la PNL, se non ne hai una grande opinione ma ti fidi abbastanza di me e vuoi capire un po’ meglio di cosa si tratta, allora ti dico che ho pensato a due giornate, il 23 e il 30 di novembre.
Sono a ridosso, sono due sabati che ci prendiamo prima o al posto delle grandi abbuffate di negozi di Natale. Chissà che ci aiutino anche a mettere nella giusta prospettiva un periodo che può essere prezioso per prepararci alle festività e al nuovo anno.

Cosa

La prima giornata sarà sui temi di base della PNL,
sulle scoperte e le esplorazioni degli anni settanta ed ottanta:
i sistemi rappresentazionali e le sottomodalità, le posizioni percettive e il rapport. Il linguaggio di precisione e gli ancoraggi.

La seconda giornata sarà sui temi più legati alle strategie, agli obiettivi e
allo sviluppo personale:
I meta modelli, le strategie personali, le convinzioni e gli stati personali, i livelli logici e la linea del tempo.

Tanta roba, una sfida per tutti: ci sarà un sacco da lavorare, non ho certo intenzione di chiacchierare solo io. Ci sarà da mettersi in gioco con i compagni di corso e provare direttamente di persona quello che andremo a spiegare.
Poca teoria, tanto esercizio.

Dove e Quando

Date e orari: Sabato 23 e Sabato 30 Novembre – dalle ore 9:25 alle ore 17:25

Sede Villa Binetti Zuccareda – Via Zuccareda,1 – 31044 Montebelluna (TV) Italia


Quanto 

Il prezzo per le due giornate è di 350 euro, iva inclusa.
Un prezzo di mercato, che in questo periodo però non è facile per tutti sostenere.
E allora mi sono venute in mente due idee.

  • Metto a disposizione alcune borse di studio, sia al 50% che al 100% per persone interessate ma che non riescono a destinare l’intero importo a questo momento formativo. Basta informarmi al momento dell’iscrizione.
  • La seconda la prendo in prestito dai caffè napoletani, dove c’era la regola del “sospeso”. Se qualcuno vuole, può comperare la partecipazione di chi non se la può permettere e contribuire al successo della giornata.

In ogni caso il 10 % degli importi che raccoglieremo con questa iniziativa verranno devoluti alla Caritas Tarvisina. Non è (solo) una (pelosa) mossa di marketing. E’ una tradizione che abbiamo perso, quella della decima, che aveva ed ha un grande insegnamento per tutti noi.
Il denaro è uno strumento, come noi siamo strumento. Perché possa non ristagnare e marcire ha bisogno di essere messo in circolo senza la paura di trovarcene senza.
Come il respiro, inspiriamo, espiriamo, inspiriamo espiriamo.

 

Chi

Beh, se leggi questo dovresti già sapere chi sono.

Per quanto riguarda la mia formazione nel campo della Programmazione Neurolinguistica si è tutta svolta a Santa Cruz, presso la NLP Univesity di Robert Dilts e Judith DeLozier.
Ho avuto modo di fare con loro il Practitioner nel 2006, il Master Practitioner nel 2007, il Trainers Training nel 2010. A queste si sono aggiunte poi tante altre occaisioni di seminari e di formazione in giro per il mondo.

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Berlusconi e il Passaggio Generazionale

Posted on by Luca in Family Business, Leadership

lemondeberlusconi

“Del tutto impreparati, entriamo nel pomeriggio della vita. Peggio ancora, lo affrontiamo partendo dal falso presupposto che le nostre verità e i nostri ideali ci saranno d’aiuto, come hanno fatto finora. Ma non ci è possibile vivere il pomeriggio della vita seguendo il programma del suo mattino. Perché ciò che è grande al mattino, sarà piccolo la sera. E le verità del mattino diventeranno le falsità della sera”.
- Carl Jung

Berlusconi che a sorpresa vota la fiducia al governo Letta. Colpo di teatro per salvare se stesso e il suo partito dopo aver incassato il no del delfino Alfano. Quella che può essere l’ennesima scena del teatrino della politica italiana contiene non solo delle lezioni per chi si occupa di politica ma una notevole lezione per chi di noi si occupa di aziende e di aziende familiari.

Quella di ieri è una tappa fondamentale nel percorso di Silvio Berlusconi, più di quanto possono riferire i giornali di questi giorni. E’ il segno di un declino che non può essere arrestato, perchè è nella natura delle cose.

La curva del ciclo di vita, nascita, sviluppo maturità e declino, non se lo sono inventati gli esperti del marketing, è proprio la curva che seguiamo tutti noi, per il semplice motivo di essere vivi.

Jung ci ricorda che ci sono fasi nella vita, quella dell’atleta, innamorato di sè e del suo corpo, quella del guerriero, che lotta per affermare se stesso e per conquistare il mondo, quella del politico che negozia per la sua parte, e quella della guida spirituale che tutto integra e tutto comprende. E in questo consiste lo sviluppo, non nel volersi ancorare in una fissità del tempo che non si può arrestare, ma sapendo interpretare le nostre stagioni per dare il meglio in ogni fase. Come le vecchiette che danno buoni consigli perchè non possono più dare il cattivo esempio, direbbe De Andrè.

La sfida più grande per un leader, come per un campione nello sport, è saper decidere come trasformare le sue sfide, come non rimaner ancorato a stagioni che sono passate e che rischiano di farlo cadere nel ridicolo. Jung ci ricorda che è fondamentale per la vita, vivere come se avessimo sempre tanto tempo davanti, altrimenti saremmo destinati a finire prima del tempo e a non vivere pienamente quanto ci è dato. E allo stesso tempo, se non sappiamo leggere con sapienza la nostra storia e la nostra evoluzione, rischiamo di fare la figura di quei campioni che non sanno quando è il momento di lasciare il campo e continuano a giocare fuori tempo massimo.

Nei processi di passaggio generazionale dobbiamo aiutare le giovani leve a mettersi in gioco e prendere le leve del potere, ma dobbiamo anche, e soprattutto, aiutare i senior ad imparare a lasciare andare, a non tenersi aggrappati alla vita resistendo ad un processo di maturazione e invecchiamento che invece va vissuto ed elaborato.

Berlusconi lo ha fatto, almeno in parte, con le aziende, lasciandole alla guida dei figli di primo letto, soprattutto di Marina che sembra emergere come la leader naturale della seconda generazione, dedicandosi anima e corpo alla sua stagione politica, iniziata quando aveva quasi sessant’anni.

Ed è quello che possiamo suggerire a tanti imprenditori, quali sono le tue passioni, quali sono le nuove sfide che puoi e vuoi intraprendere?
Può essere la politica, come in questo caso, ma può essere qualunque altra forma di impegno esterno all’impresa che si vuole affidare ai figli.

Ma nel suo percorso Berlusconi ha continuato a recitare il copione conosciuto, volendo recitare il ruolo del conquistatore fuori e dentro le lenzuola.
Il fatto stesso di avere oggi una fidanzata di quasi cinquant’anni di meno dice qualcosa sul volersi aggrappare a stagioni che non sono congruenti con la sua vita, sul non saper interpretare ruoli diversi in funzione delle stagioni che cambiano.

No, ieri Berlusconi non ha solamente fatto un passo indietro per opportunismo, non ha neanche incassato un no per la prima volta, come dice Le Monde, ci sono già stati Casini, Fini e tanti altri. Ieri Berlusconi ha preso atto che non uno ma un gruppo consistente di persone che lo hanno sempre seguito con grande lealtà gli hanno detto che non erano più disposte a seguirlo.  Alfano ha solo detto che i re era nudo.

Dare Lezioni, Ricevere Lezioni

Posted on by Luca in Cambiamento, Leadership, Letture, Società, Sviluppo Personale

putin nyt papa repubblica

Oltre che per il triste anniversario, l’11 Settembre 2013 può essere ricordato per due lettere che sono state mandate ai giornali.
Non capita tutti i giorni che un Papa scriva ad un giornale e che il presidente della Russia scriva ad uno dei più importanti giornali degli Stati Uniti.
Lo scorso 11 Settembre, infatti, la Repubblica pubblicava la lettera di Papa Francesco in risposta agli interrogativi che Eugenio Scalfari gli aveva posto in due articoli estivi e The New York Times pubblicava la lettera di Vladimir Putin al popolo americano.
In entrambi i casi, se non novità assolute, due occasioni di grande riflessione su come stanno cambiando i modi di comunicare di chi ha posizioni di potere ma anche le piattaforme, le sedi in cui questa comunicazione avviene. Sono lettere che non sono scritte sugli organi ufficiali, ma sono entrate in campo sul terreno che potremmo definire della controparte. Con tutti i rischi che ne conseguono: come ha notato Giuliano Guzzo, la pubblicazione della lettera da parte de la Repubblica non è stata proprio immacolata. Anch’io sono rimasto perplesso alla lettura dell’occhiello “La verità non è mai assoluta” e ho notato la forzatura che il giornale ha operato al testo del papa. Ma tant’è, questi sono i giornali che abbiamo…
Con il New York Times la posizione di Putin è stata sicuramente rappresentata in modo più neutro: “A Plea for Caution from Russia, what Putin has to say to Americans about Syria” ovvero, “Un appello alla cautela dalla Russia. Cosa Putin ha da dire agli Americani riguardo alla Siria” ma questo non ha certo impedito di scatenare reazioni stizzite da parte di molti opinionisti statunitensi.
Papa Francesco è rivoluzionario nel modo di relazionarsi, appellandosi al “Pregiatissimo dottor Scalfari” e firmandosi “Con fraterna vicinanza, Francesco.”,
Vladimir Putin si pone molto più in modo paritetico, quando all’inizio chiede di parlare direttamente al popolo americano e ai suoi leaders e quando alla fine chiude ricordando che Dio ci ha fatti equal, ovvero pari, simili.
Papa Francesco poi, sulla scorta di quanto ha iniziato a fare Giovanni Paolo II, non ha paura ad ammettere limiti ed errori della Chiesa, i “fragili vasi d’argilla della nostra umanità”. Putin invece si permette una lezione di stile, che un po’ stride, dal pulpito di una realtà che non sempre è specchiata in termini di libertà di opinione e che sembra non aver nulla da farsi perdonare, neanche la storia recente della Cecenia. Ma non si può pretendere troppo.

Quello che porto a casa, e che offro come riflessione, è la preziosità di questi dialoghi, di questi confronti, con tutto il rischio di essere fraintesi, manipolati, ma anche di prendere posizioni contestabili. Ma occasioni preziose per uscire dalle contrapposizioni sterili, dai muri contro muri che sembrano salvaguardare di più ma che permettono di costruire di meno e passare a ponti di relazioni in cui si rischia il fango dell’altra sponda, ma si comincia a camminare insieme.

Questo perchè solo dal dialogo e dal richiamo reciproco possiamo sperare in un mondo più rispettoso e tollerante dell’altro.

Di Padre in Figlio?

Posted on by Luca in Cambiamento, Family Business, Leadership, Sviluppo Personale

Era da un che mi aspettava, e l’ennesimo commento entusiasta di un’amico mi ha fatto prendere finalmente in mano la biografia di Andre Agassi. Dicono che le biografie siano una grande lettura per chi voglia fare delle riflessioni sulla sua, di vita. E anche in questo caso, la storia del grande campione non tradisce le aspettative.

Quello che mi ha colpito da subito è la dinamica tra Andre e suo padre. La storia di tanti campioni, condizionati fin dai primi anni di vita a dare il massimo per più o, molto meno, sane ambizioni dei genitori.

Nel caso di Andre un clima di violenza ed intimidazioni che non passerebbe il test del Telefono Azzurro.
Un altro caso molto simile è quello di Mirian Bartoli, scoppiata al punto di decidere di ritirarsi giusto un mese dopo la vittoria a Wimbledon 2013.

E pensare ai tanti che subiscono le pressioni dei genitori e non riescono ad emergere, può dire qualcuno. Non lo so, mi vien da pensare piuttosto che se non riescono ad emergere c’è una qualche speranza che i genitori se ne facciano una ragione.

Ma l’associazione che mi pare ancora più interessante è il confronto con le dinamiche che si possono trovare in tante realtà imprenditoriali. Quasi un caso uguale e contrario, in cui i padri sono così presi dalla loro di competizione, da non badare tanto ai figli salvo poi pretendere che siano alla loro altezza. Oppure da dare loro tanto in termini di comfort e gratificazioni per giustificare assenze o per ingraziarsi stima e affetto e poi sorprendersi della scarsa determinazione dei figli.

Quasi come se si chiudesse un cerchio, da una parte un campione frutto delle ambizioni frustrate dei genitori,
dall’altra un insicuro che subisce la disattenzione e l’ingombro della figura dei genitori troppo impegnati a realizzare le proprie di ambizioni.

In entrambi i casi, figli che vivono una pressione da aspettative che vengono interiorizzate: Agassi ricorda il momento in cui si rende conto che non è più necessario che il padre sia presente ad urlargli cosa avrebbe dovuto fare, suo padre è diventato il suo dialogo interno.

E’ impossibile evitare il meccanismo della interiorizzazione delle aspettative, quelle che Carl Rogers chiamava costrutti.
Tutti noi abbiamo un dialogo interno che ha spesso la voce di nostro padre o di nostra madre.

La cosa bella è che ci si può lavorare. E come?

Si aprono secondo me due prospettive su cui lavorare.

Da un lato si apre il tema fondamentale dell’educazione e della responsabilità che ha un genitore nello stimolare in modo sano ed efficace un figlio a mettere a frutto al meglio i propri talenti.

Dall’altro si apre la responsabilità personale del figlio di affrancarsi, crescendo, dal padre, sia nel caso di un genitore asfissiante sia nel caso di un genitore ingombrante.

In tutti e due i casi, la capacità di non chiudersi a riccio ma di aprirsi al confronto e agli stimoli che anche una biografia come quella di Andre sa ispirare.
Ma che poi chiede momenti di riflessione, di formazione e di crescita.

PS: se leggete il libro, vi verrà sicuramente la curiosità di vedere qualche scena dell’incontro dell’US Open 2006 contro Baghdatis. Eccola.

Re-Start-Up

Posted on by Luca in Family Business, Leadership, Società, Sviluppo Personale

Negli anni d’oro dello sviluppo non c’era certo bisogno di stimolare l’imprenditorialità.
Per avviare un’impresa era necessario solo tanta buona volontà e qualche buona idea. Per la buona volontà bastava lo stimolo della fame, o meglio, della voglia di emergere e partecipare al benessere nascente, per la buona idea bastava copiare dal vicino di casa o dall’azienda in cui si lavorava.

Dopo siamo stati attratti tutti dal mito del manager prima e del leader poi, figure il cui peso era misurato dal numero di persone subordinate.
E allora a studiare management, a fare gli MBA e corsi di leadership per essere all’altezza di carriere nelle grandi aziende.

In questo periodo, però, in cui nessuna grande azienda assicura chissà quale percorso, torna una grande spinta verso l’imprenditorialità.
Il mondo informatico in particolare ci ha abituati al concetto di Start-up, di ragazzi che partono dal garage come nei tempi d’oro della Silicon Valley.
E abbiamo visto l’emersione di tanti incubatori, alcuni stimolati da associazioni di categoria, come può essere la Fornace,  ad Asolo,  altri illuminati dall’intuizione di qualche visionario, come Riccardo Donadon, che ha fondato H-Farm nella tenuta di Ca’ Tron, alle porte di Venezia.

Come però fa notare tristemente nel suo blog Antonio Lupetti, molto spesso le buone intenzioni lastricano la strada per l’inferno, soprattutto quando ci sono di mezzo fondi pubblici. Sarebbe sicuramente meglio se lo stato si preoccupasse meno di finanziare e più di creare le condizioni, fiscali in primis, ma anche burocratiche e di infrastruttura poi.

Ma c’è tutta un’altra categoria di Start-up che non vengono poste sotto osservazione, vengono poco aiutate e soprattutto rischiano di sprecare la grande opportunità che offrono a chi ci lavora, e sono le aziende di famiglia di fronte al passaggio generazionale.

Una Startup, dice Eric Ries, è un istituto umano disegnato per creare un nuovo prodotto o servizio in condizioni di estrema incertezza. Ries non lo dice ma lo da per scontato, che una start up è tale solo nell’incertezza dei suoi primi momenti, quando l’ideatore-imprenditore ha ancora poche probabilità di successo ed i finanziatori sanno del rischio che stanno correndo.

Ma un’Azienda Familiare in cui si sta passando il testimone da una generazione all’altra non è molto distante da questa condizione: il tasso di successo del passaggio da una generazione all’altra non supera il 30%. Ed il problema non è, come si tende a pensare solo nell’incapacità dei figli di essere all’altezza dei genitori. Se da un lato si rischia di voler dare ai figli molto più spesso responsabilità che i figli non possono o non vogliono ma soprattutto non sanno gestire, molto più spesso con la maturazione dell’imprenditore al comando c’è anche la maturazione, o il declino, del modello di business in cui si sta operando.

Le potremmo chiamare Re-Start-Up, riavvii, riprese, rilanci di imprese che hanno un loro ciclo di vita, destinato al declino se nuove leve non sono state preparate a prenderne il comando e non hanno imparato ad apprezzare la grande opportunità di fare delle aziende che già ci sono, con il loro avviamento, non un vincolo ma un’opportunità.

Passare il testimone non vuol dire semplicemente affidare le deleghe della gestione ordinaria. Il passaggio del testimone viene sancito quando le nuove generazioni affrontano le loro sfide, fanno le loro scelte, si prendono i loro rischi e non fanno solamente i custodi di quanto ricevuto.

Perchè questo accada e possa avere qualche possibilità di successo ci sono però delle condizioni di fondo che devono essere rispettate e che hanno a che fare con il rischio e l’iniziativa. Come viene premiata l’assunzione di rischio in azienda? Come viene valutata la capacità di prendere l’iniziativa e non solo di fare cosa dice chi ha il comando? Come vengono puniti gli errori? Come si creano le condizioni perchè gli errori possano far parte dell’esperienza? Come impara l’impresa dai propri errori?

E questo non vale solo per i membri della famiglia ma per tutte le persone che partecipano alla vita dell’impresa.
Perchè la continuità può essere data anche da persone che non fanno parte della famiglia e che si propongo per un ruolo di responsabilità.

E allora, per quanto siano da stimare tutti i progetti ben fatti di incubatore d’impresa, non trascuriamo di aiutare tutte le imprese a diventare loro stesse incubatori, ambienti nei quali poter sperimentare, crescsere, imparare.

Ostaggi

Posted on by Luca in Family Business, Leadership, Sviluppo Personale

Trovarsi in balia di una persona o di una situazione non è una bella condizione.
Uno dei miei maestri, George Kohlrieser, ci ha insegnato che anche in questo caso la prima e più importante delle abilità per poterne uscire è quella di non sentirsi una vittima. Di mantenere il controllo delle proprie emozioni prima, delle relazioni con il sequestratore poi. Ma non vale solo nelle condizioni disperate dei sequestri reali. Vale molto anche nei contesti aziendali, e ancor di più nelle aziende familiari.

Ci sono tante situazioni in cui ci si può sentire ostaggi, come genitori, come figli, come soci, come manager non membri della famiglia.

Come genitori ci si sente ostaggi quando ci sentiamo in dovere di trattare allo stesso modo i figli, e invece ci troviamo a dover valutare caso per caso se sono all’altezza di assumersi delle responsabilità in azienda. Quando ci sono meccanismi di ricatto da parte di chi non si sente trattato in modo equo. E allora o va in crisi il principio del merito in azienda o va in crisi il senso di dovere del genitore.

Come figli ci si sente ostaggi quando sembra che non si possa far altro che seguire le orme dei genitori. Magari la convenienza è tanta e ci si trova coinvolti in una “gabbia dorata”. Come ci insegna la psicologia sociale, si chiamano famiglie sature quelle in cui è alta l’aspettativa che un figlio segua le orme dei genitori, e non è limite che si trova solo nelle famiglie imprenditoriali, da questo punto di vista è ancora più vincolante la condizione delle famiglie dei professionisti, sembra che siano le famiglie dei farmacisti quelle più sature.

Come titolari e soci, quando ci si sente bloccati in un sistema che non offre condizioni per poter liquidare il proprio investimento, o per effettivi vincoli di mercato o per vincoli d’immagine, per come ci sentiamo bloccati: l’azienda che abbiamo fondato o abbiamo contribuito a far crescere diventa un peso dal quale non ci sembra di poter liberarci.

Ma anche i manager non soci o membri della famiglia possono sentirsi sotto sequestro, bloccati da una condizione che chiede loro molta professionalità sulle loro aree di competenza ma che impedisce loro di poter partecipare appieno alle dinamiche dell’impresa familiare.

Per questo è importante avere l’occasione per riflettere su come uscire dal sequestro in cui ci si trova bloccati come ostaggi:

  • da una parte c’è un lavoro da fare sulla nostra dimensione emozionale, sulla nostra capacità di comunicare con noi stessi e con gli altri per negoziare più gradi di libertà, sulle nostre capacità di leadership e di negoziazione;
  • dall’altra ci sono strumenti di governance dell’azienda a livello societario e a livello manageriale per rendere la realtà aziendale più professionale e meno influenzata dal capriccio del momento e della persona.

Quello che può sembrare all’imprenditore un porsi dei vincoli, sia a livello personale che a livello organizzativo, è invece la soluzione per darsi più libertà e per non sentirsi più ostaggi nella propria gabbia dorata.

PS: per chi volesse un suggerimento di lettura

Si riparte

Posted on by Luca in Family Business, Leadership

Doors are open

Oggi torno in ufficio dopo la pausa estiva e riapro le porte.
Un sacco di voglia di riprendere lavori in corso e di iniziare nuovi progetti.

Sarà un autunno intenso, con un sacco di nuove iniziative, occupandoci di persone, di imprese e in particolare di imprese familiari.
Perché, oltre a quello storico e artistico, abbiamo un patrimonio che va sostenuto e valorizzato, ed è quello dei nostri imprenditori, delle loro famiglie e delle loro aziende. Che nei momenti di crisi e di transizione rischiano di non riuscire a gestire nel modo migliore ma che quando sono ben gestite non hanno paura a competere con nessuno al mondo.

Li aiuteremo ad avere aziende familiari solide e sane, capaci di ottenere soddisfazioni e risultati sul fronte economico e gratificazioni e realizzazione su quello familiare e relazionale.
E per far questo li aiuteremo a definire obiettivi e strategie, a chiarire ruoli e responsabilità, a sviluppare efficaci confini ed integrazioni tra famiglia ed impresa, a dialogare e confrontarsi in modo efficace, affrontando i problemi, senza nasconderli e senza farli diventare conflitti indomabili.
Perché la felicità umana è legata a due grandi temi, quello degli affetti e delle relazioni, e quello dei talenti e della realizzazione nel lavoro.
E se sappiamo combinare questo nel nostro stare e lavorare insieme, allora abbiamo realizzato quello che ci augurava Primo Levi, di fare del lavoro la massima approssimazione della felicità sulla terra.

Un Numero Dispari Inferiore a Due

Posted on by Luca in Governance

(lonely at the top… by Sandeep Somasekharan on Flickr under cc licence)

Il Sole24Ore di ieri presenta i risultati di un’indagine fatta dalla Camera di Commercio di Milano sugli effetti di 10 anni di revisione del diritto societario. Per le analisi di dettaglio meglio rinviare all’articolo.  Quello che qui mi interessa è che, nell’incremento delle Srl e nel calo delle Spa, rimane il dato fondamentale dei pochi soci che detengono il potere delle aziende. Come diceva il detto: il miglior modo di gestire un’impresa è di aver un numero di soci dispari ed inferiore a due. Avere pochi soci, molto spesso uno solo al comando, può sembrare un modo per avere una governance forte e flessibile, non bloccata in reciproci diritti di veto.

Ma quello che l’articolo sostiene, e che va ribadito, è che in questo periodo di grande transizione, un numero ristretto di soci, spesso poi con un socio di maggioranza rischia anche di essere motivo di poco confronto interno, di scambi di vedute limitati. Dove il socio unico si trova ad avere, nel migliore dei casi, buoni consiglieri, nel peggiore solo yesmen che assecondano ma che impediscono la maturazione di un confronto autentico.

Rimane la sfida di sempre. Quando sappiamo integrare al nostro interno il conflitto, il confronto, e quanto lo lasciamo all’esterno?
Quanto sappiamo fare dei nostri consigli di amministrazione dei momenti reali di confronto e non solo momenti formali di ratifica di quanto già deciso dal leader solo al comando?

 

 

Il Costo del Confronto e lo Scambio dei Consiglieri

Posted on by Luca in Governance

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In molte aziende, soprattutto quando proprietà e gestione sono espresse dalle stesse persone, i momenti formali di confronto, come possono essere i consigli di amministrazione, le assemblee, son appunto solo momenti formali. Giusto il tempo di apporre la firma ad un verbale predisposto spesso in anticipo dal professionista di turno. Un peccato. Perché così si perde l’occasione per un momento di riflessione che se ben strutturato permette di ripensare meglio a quello che si è fatto e a quello che si intende fare.

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