Ghandi, l’India ed Essere il Cambiamento che si vuole Vedere

5 gennaio 2010

A distanza di quasi trent’anni dalla sua uscita, Ghandi, di Richard Attenborough rimane un film notevole per leggere una pagina di storia di un paese straordinario come l’India e per riassaporare una biografia di un uomo ancor più straordinario come Ghandi.
Lo scorso anno Il Milionario (“Slumdog Millionaire”) ci ha colpiti con la sua lettura a tinte forti delle contraddizioni indiane di oggi:
rivedere in prospettiva il film di Attenborough ci fa notare in controluce quanto le cose siano cambiate e quanto siano rimaste le stesse.

L’India che usciva dalla lotta per l’indipendenza era un’India tutta blu, per parlare con i colori delle Dinamiche a Spirale, legata all’ordine delle caste e dell’impero inglese; l’India di adesso in parte è regredita al viola dei clan delle periferie, in parte è cresciuta verso una realizzazione economica occidentale, arancione, della realizzazione personale ed efficientista.

In entrambi i casi da un lato non ha ancora dimostrato di aver colto in pieno il messaggio di un maestro come Ghandi dall’altro è in una condizione da farci pensare di poterlo fare prima di tanti altri paesi.Quello che Ghandi era riuscito a fare è stato un percorso di profondissima crescita personale che gli ha permesso di vedere tanto la speciale unicità di ogni essere vivente quanto la sua partecipazione ad un unico destino universale che tutto raccoglie, “sono mussulmano, indù, cristiano ed ebreo“, cogliendo in pieno il secondo strato delle Spirali Dinamiche, quello del giallo e del turchese.

La sua lotta con l’impero britannico sembra aver avuto connotati di autarchia, boicottando i prodotti inglesi e sviluppando la sua Ashram, e di despecializzazione, tornando ad un messaggio e ad uno stimolo allo sviluppo delle capacità artigianali, preindustriali, dove sembra sentire Primo Levi e la sua definizione di Felicità :

“l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione
concreta alla felicità sull
a terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”.

Riguardando il film mi chiedevo quale è il messaggio che Ghandi lascia per noi oggi. E’ una figura che non conosco a sufficienza per poterla apprezzare fino in fondo ma credo possiamo portare a casa alcuni spunti anche per chi come noi si occupa di persone e organizzazioni:

  1. il valore insopprimibile della persona e della sua realizzazione
  2. la priorità dei valori fondamentali e della legge naturale sulle leggi degli uomini
  3. l’importanza delle piccole cose, dei compiti umili, e dell’attenzione per gli ultimi
  4. la resistenza caparbia, attiva e non violenta

Ne nasce un esempio, una leadership, dal basso, quella dell’esempio del bimbo e dello zucchero raccontato da Dilts e ripresa da Luca Baiguini: non posso esserti maestro se non mi sono messo io per primo in gioco. E’ una sfida che ci è stata riproposta ne “La sfida educativa” della CEI di cui ho parlato recentemente: un leader, come un educatore, non può essere tale se non si mette in cammino, se non si mette in gioco, lui prima delle persone che vuole guidare. Ovvero, riprendendo un aforisma di Ghandi che tanto piace a chi si occupa di cambiamento: “Sii il cambiamento che vuoi veder realizzato nel mondo“.

E’ l’apertura ad un modello di business consapevole di cui sento sempre più parlare e che considero la chiave per la gestione strategica delle nostre aziende e per lo sviluppo delle nostre persone e delle nostre organizzazioni.

Se ora l’India de “Il mondo è piatto” di Friedman è un’India che rincorre lo sviluppo occidentale e che ha sviluppato una struttura di servizi a misura delle multinazionali americane, mi incuriosisce molto scoprire quali saranno i modelli di business ed organizzativi che ne emergeranno.
Sono convinto infatti che l’eredita di Ghandi e ancor più la sua storia millenaria farà dell’India un laboratorio organizzativo che influenzerà il modo di fare impresa in un futuro non tanto remoto.

Già ora alcuni dei più grandi economisti e studiosi di strategia aziendale sono indiani e, come diceva Rampini commentando il suo “La speranza indiana“, sono indiani i più grandi ed importanti politecnici a livello mondiale in un mix di innovazione e tradizione che non può non affascinarci e stimolarci prima ancora che spaventarci.

Non ci sono ancora andato, in India, ma mi è stato detto che ci andrò presto,
chissà se è previsto per quest’anno.

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