Il Futuro dei Qualcosisti

3 giugno 2009

Il Festival dell’Economia di Trento è appena terminato. Tanti gli stimoli, come sempre. Tra gli interventi seguiti, splendida la lezione di Giuseppe De Rita, fondatore e segretario generale del Censis. La tesi di De Rita è lineare e profonda: l’Italia della provincia, dei distretti, del legame con il fare e con la terra è quella che sta permettendo al paese di resistere ad una delle crisi economiche più difficili che si siamo viste finora. E’ la città piuttosto, ad essere in crisi. La città delle periferie sociali, con le tensioni sull’integrazione ma anche la città del terziario avanzato o piuttosto della piccola borghesia che nel passato è riuscita a realizzarsi professionalmente con i servizi ma che in futuro non riuscirà più ad assorbire come prima né i profili qualificati che vengono espulsi dal sistema produttivo, né i giovani cresciuti con il mito dei servizi professionali e delle facoltà “soft”.

De Rita ha ripreso il concetto in un articolo apparso lo stesso giorno del suo intervento, il primo di giugno, sul Corriere, Prepariamoci alla caduta dei Qualcosisti: “il grosso dei precari lo si ritrova nelle più diverse attività terziarie; in molte aziende gli operai cominciano a uscire dalla cassa integrazione mentre vi entrano gli impiegati; la più drammatica perdita del lavoro è quella che stanno subendo impiegati e dirigenti cinquantenni, molto difficilmente riciclabili; le famiglie del ceto medio impiegatizio vivono nel terrore delle negative prospettive di lavoro terziario per i figli; e tanti e tanti giovani avvertono che i campi su cui avevano puntato le loro ambizioni e aspirazioni (comunicazione, spettacolo, banca, consulenza professionale, ecc.) sono del tutto saturi; anche i loro più intensi sforzi di casting sono destinati alla frustrazione”.

E’ una bella provocazione per quanti si sono voluti orientare negli studi e nelle professioni orientate ai servizi o che nei servizi cercano una soluzione professionale alla crisi delle loro occupazioni.
E’ veramente la crisi del terziario avanzato quella che ci aspetta nei prossimi mesi?
Forse si. Di sicuro il terziario dei servizi ha una debolezza strutturale, fatto di studi professionali e di aziende “leggere”, che offrono servizi il cui valore spesso non è percepito fisicamente quanto quello di un oggetto.
Siamo però sicuri che sia proprio così anche nel medio periodo?
De Rita riporta lo stesso concetto espresso da Marco Fortis nei suoi molti interventi su Il Messaggero e sul suo ultimo libro, La Crisi Globale e l’Italia, ovvero la tenuta italiana ad opera delle quattro A: Abbigliamento, Alimentare, Arredamento e Automazione.
In molte di queste realtà però, così come nei servizi, la dimensione immateriale incarnata nel prodotto è sempre più significativa. Se il Made in Italy riesce a prosperare è per la capacità di esprimere un valore che va al di là delle specifiche tecniche e tocca le corde di una percezione emozionale e valoriale che non si giustifica solo per la funzionalità d’uso. Tanto nostro Made in Italy è comunque dipendente da una filiera produttiva e logistica internazionale e il valore aggiunto è immateriale, e prodotto con risorse sia interne che esterne alle aziende.
Mi piace allora pensare di più ad una dinamica un po’ più complessa in cui la vera differenza la fa la professionalità e la serietà degli operatori, nell’industria e nei servizi.
Se De Rita ha vantato l’importanza delle relazioni di prossimità e la cultura della terra come sacrificio e abnegazione, come capacità di costruire relazioni più corte, meno internazionali ma più profonde e solide, questo può diventare uno spunto anche per una revisione del modo di fare e di comprare servizi per la persona e per l’impresa, dove la relazione diretta e personale premia sulla sulla promozione pubblica e dove l’offerta di un servizio utile e compreso premia sulla vendita di fumo.

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